Negli ultimi anni, parlare di futuro del lavoro non è più un esercizio accademico o narrativo: è una necessità quotidiana per chi governa, per chi fa impresa e per chi progetta politiche formative. Il Future of Jobs Report 2025, pubblicato come ogni due anni dal World Economic Forum, rappresenta il punto di riferimento più aggiornato e sistematico per capire come le grandi trasformazioni globali stiano modificando la mappa dei mestieri, la natura delle competenze richieste, le traiettorie di innovazione produttiva.
Il rapporto – pubblicato a gennaio – si basa su un’indagine condotta su oltre 1.000 datori di lavoro globali, rappresentativi di più di 14 milioni di lavoratori, in 55 economie e 22 settori industriali. Si tratta di un campione interessante, che fornisce dati non solo quantitativi ma anche qualitativi, attraverso l’analisi di aspettative, strategie aziendali e scelte di investimento in formazione, assunzioni, tecnologie e benessere organizzativo.
Il quadro che emerge è quello di un mercato del lavoro globale attraversato da cinque forze convergenti: innovazione tecnologica (con l’avanzata dell’AI generativa e dell’automazione), transizione ecologica, frammentazione geoeconomica, incertezza macroeconomica e cambiamenti demografici. A queste si sommano le trasformazioni culturali legate alle nuove generazioni, alle aspettative di senso e di sostenibilità del lavoro, e alle nuove priorità emerse dopo la pandemia.
Creazione e distruzione: una doppia dinamica
La cifra più evidente del rapporto è il grado di turbolenza strutturale che attende il mondo del lavoro nei prossimi anni: secondo le stime del WEF, entro il 2030 il 22% dell’occupazione globale sarà interessata da processi di creazione o distruzione di posti di lavoro. In termini assoluti, questo significa 170 milioni di nuovi posti e 92 milioni di perdite nette, con un saldo positivo di 78 milioni, pari al 7% dell’occupazione attuale.
La buona notizia (il saldo positivo nel numero di posti di lavori) è controbilanciata dalla dinamica asimmetrica e altamente selettiva. A determinare questo squilibrio non è solo la tecnologia, ma una convergenza di fattori: l’aumento del costo della vita, le pressioni ambientali, l’invecchiamento della popolazione nei Paesi ricchi e la crescita demografica in quelli poveri, nonchè la frammentazione degli scambi globali, con l’accorciamento delle catene del valore. Il risultato aggregato di queste tendenze è un “mercato duale” che separa chi ha competenze aggiornate e ruoli ad alto valore aggiunto da chi è impiegato in funzioni sostituibili, dequalificate o marginali.
I mestieri in ascesa e quelli in declino
Nel dettaglio, tra le professioni in crescita percentuale più elevata spiccano ruoli legati al mondo digitale e all’intelligenza artificiale: Big Data Specialist, AI e Machine Learning Specialist, Ingegneri Fintech, Sviluppatori di software, Specialisti in sicurezza informatica. La trasformazione digitale richiede non solo tecnici, ma anche figure capaci di integrare l’AI nei processi industriali e aziendali.
Accanto a questi, emergono i lavori della transizione ecologica: ingegneri ambientali, tecnici dei sistemi energetici rinnovabili, specialisti di veicoli elettrici e autonomi, esperti di sostenibilità aziendale. La decarbonizzazione dei settori industriali più inquinanti (automotive, metallurgia, oil&gas) richiede una forza lavoro nuova, formata e flessibile.
Terzo polo di crescita è quello dell’economia della cura e dell’educazione: infermieri, assistenti sociali, operatori dell’infanzia, docenti universitari e delle scuole superiori. L’invecchiamento della popolazione, combinato con la crescita demografica in alcune regioni, spinge verso l’espansione dei servizi sociali, educativi e sanitari.
In termini assoluti, tra le professioni che cresceranno di più in numero ci sono anche figure meno “glamour” ma essenziali: agricoltori, operai edili, autisti, addetti alla trasformazione alimentare, commessi. La logistica, la filiera alimentare, le infrastrutture e il commercio al dettaglio si confermano settori vitali e resistenti, anche grazie all’ibridazione tra fisico e digitale.
Sul fronte opposto, il rapporto elenca le professioni in declino, in molti casi già in fase avanzata di riduzione. Tra queste troviamo numerose figure dell’ambito dei servizi amministrativi. Per fare qualche esempio, addetti all’inserimento dati, cassieri di banca, assistenti amministrativi, segretari legali, operatori di call center, impiegati contabili e addetti alla gestione stipendi, bigliettai e venditori al dettaglio, grafici, tecnici della stampa, operatori del servizio postale, periti assicurativi, venditori porta a porta e telemarketer. Anche custodi, addetti alle pulizie, guardie giurate e responsabili dei servizi generali figurano tra le categorie con riduzione attesa in termini assoluti.
Lavori d’ufficio più minacciati di quelli manuali: il paradosso dell’automazione
Una delle indicazioni più rilevanti – e in parte controintuitive – che emergono dal Future of Jobs Report 2025 è che l’intelligenza artificiale, soprattutto nella sua forma generativa, non sta sostituendo in prima battuta il lavoro manuale o fisico, come si era spesso previsto nel decennio scorso, bensì sta colpendo in modo più diretto e rapido il lavoro intellettuale a bassa qualifica, quello che potremmo definire “cognitivo standardizzato”.
Si tratta delle occupazioni che implicano compiti codificati, ripetitivi, basati su regole fisse e soggetti a processi standardizzati – ovvero esattamente il tipo di lavoro che può essere automatizzato da algoritmi o interfacce intelligenti. Con l’avvento di chatbot, software documentali, agenti conversazionali e piattaforme di self-service digitale, molte di queste funzioni stanno già conoscendo una riduzione strutturale.
Al contrario, il rapporto segnala che molti lavori manuali, anche a bassa o media qualifica, non solo non sono in calo, ma sono addirittura tra quelli con maggior crescita assoluta. Il motivo è semplice: tali attività richiedono ancora una componente fisica, adattiva o relazionale che le tecnologie attuali non sono in grado di replicare in modo economicamente conveniente. In alcuni casi, la tecnologia può supportarle o renderle più efficienti, ma non sostituirle integralmente.
Questa inversione di prospettiva è significativa. Fino agli anni Dieci di questo secolo, l’immaginario dell’automazione era dominato dai robot nei magazzini o nelle fabbriche. Oggi, invece, sono gli impiegati da ufficio a essere più esposti alla “sostituzione algoritmica”. Non si tratta solo di una rivoluzione tecnologica, ma anche di una ridefinizione simbolica del valore e della vulnerabilità del lavoro. Il lavoro manuale non è più automaticamente considerato “superfluo” o sostituibile, mentre il lavoro intellettuale non creativo, non critico e non relazionale appare sempre più replicabile da una macchina.
Il rapporto sottolinea come la GenAI stia già ridisegnando ruoli nei settori della scrittura, della sintesi di contenuti, del customer care, dell’elaborazione di testi giuridici o contabili, dell’analisi documentale e persino del design grafico. Ambiti che un tempo sembravano protetti dal semplice fatto di essere “non fisici”, ma che oggi si trovano al centro della trasformazione.
È dunque fondamentale, per le politiche del lavoro e della formazione, non limitarsi a contrapporre lavori manuali e lavori intellettuali, ma distinguere tra lavori creativi e lavori ripetitivi, tra lavori relazionali e lavori automatizzabili, tra competenze distintive e attività meccaniche, indipendentemente dalla loro natura fisica o cognitiva. È su questa linea di faglia che si gioca la nuova frontiera dell’occupazione e dell’inclusione lavorativa, e dunque delle politiche di formazione.
Le competenze del futuro: hard, soft e ibride
Il Future of Jobs Report 2025 dedica ampio spazio al tema delle competenze. La sfida, secondo i ricercatori del WEF, non è tanto “cosa saper fare”, ma quanto velocemente si è in grado di apprendere, disimparare e riapprendere. La “skill disruption” riguarda il 39% delle competenze attuali entro il 2030.
Tra le competenze in maggiore crescita troviamo: pensiero analitico, resilienza, flessibilità, alfabetizzazione digitale, creatività, curiosità e apprendimento continuo. Le imprese cercano figure capaci di adattarsi a contesti mutevoli, di lavorare in ambienti digitali, di gestire la complessità e l’innovazione.
Al tempo stesso, alcune competenze declinano: resistenza fisica, precisione manuale, esecuzione ripetitiva, memorizzazione, che erano alla base del lavoro industriale del Novecento. La nuova “catena del valore” è meno meccanica e più cognitiva, meno standard e più personalizzata.
La grande sfida della formazione
Secondo il rapporto, il 59% della forza lavoro globale dovrà essere riqualificato entro il 2030. Di questi, solo 29 lavoratori su 100 potranno essere aggiornati nel loro attuale ruolo; 19 saranno spostati internamente, ma 11 rischiano di essere esclusi dal mercato, per mancanza di percorsi o strumenti adatti.
La formazione diventa quindi un’urgenza collettiva. Ma non basta offrire corsi: serve costruire ecosistemi di apprendimento permanente, fondati su collaborazione tra imprese, enti di formazione, università e governi. E servono politiche attive che finanzino la formazione, che riducano il costo-opportunità per i lavoratori, e che favoriscano la mobilità interna.
Le aziende, da parte loro, devono fare la loro parte. Il report registra che l’85% intende investire in upskilling, ma anche il 40% prevede tagli nei ruoli obsoleti. Il rischio è che la riqualificazione non sia per tutti, ma solo per chi parte da una buona posizione iniziale. In questo senso, la dimensione etica e redistributiva della transizione sarà decisiva.


