Se l’occupazione cresce più del PIL, serve dare più valore al lavoro

Le previsioni dell’Istat per il 2025 e il 2026 raccontano una realtà solo apparentemente confortante: l’occupazione in Italia continuerà a crescere più del Prodotto interno lordo. Il numero di occupati aumenterà dell’1,1% nel 2025 e dell’1,2% l’anno successivo, con un contestuale calo della disoccupazione al 6% e poi al 5,8%. Ma se la ricchezza prodotta cresce meno del numero di persone che lavorano, il segnale che ne deriva è tutt’altro che rassicurante: ogni lavoratore contribuisce in media meno alla crescita economica complessiva.

In altre parole, la produttività – cioè il valore aggiunto generato da ciascun occupato – resta piatta. È questo il vero tallone d’Achille del nostro sistema economico. Non basta creare occupazione: bisogna creare occupazione che generi valore.

Chi alimenta la crescita occupazionale oggi

Un’analisi più dettagliata delle dinamiche del mercato del lavoro evidenzia che l’incremento dell’occupazione è dovuto, in larga parte, all’attivazione di tre gruppi. Gli over 60, che sempre più spesso restano al lavoro dopo l’età pensionabile, svolgendo attività a orario ridotto o forme di autoimpiego, producono un apporto economico generalmente più contenuto, perché meno inseriti nei cicli produttivi ad alta intensità. Le donne hanno visto crescere la loro partecipazione al lavoro, ma restano in gran parte concentrate in settori a bassa intensità tecnologica e in contratti part-time, segno di un potenziale ancora largamente inespresso. I migranti, infine, sostengono comparti fondamentali come agricoltura, edilizia, logistica e assistenza, ma sono spesso impiegati in mansioni precarie e sottopagate, senza reali prospettive di avanzamento.

Questi dati ci dicono una cosa chiara: il problema non è quanti lavorano, ma in quali condizioni e con quale impatto sul sistema economico.

Occupazione apparente, valore reale

La crescita dell’occupazione nasconde una fragilità crescente: aumentano i contratti a termine, i lavori part-time involontari, gli autonomi senza struttura. È un’occupazione che entra nei dati, ma non traina la crescita. Serve un cambio di prospettiva: non basta sapere chi lavora, bisogna misurare quanto produce ogni ora di lavoro.

Proponiamo l’adozione di un nuovo indicatore: il valore medio per ora lavorata. Un parametro che completi il quadro statistico, aiutando a valutare meglio l’efficacia delle politiche attive e la reale competitività del nostro sistema produttivo.

La produttività è una questione sistemica, non individuale

È un errore ricorrente attribuire la bassa produttività a una carenza di impegno dei lavoratori. In realtà, la produttività dipende dal contesto in cui si lavora: tecnologie disponibili, qualità dell’organizzazione, capitale umano, formazione, infrastrutture. In Italia, troppo spesso, le persone lavorano molto, ma in condizioni che limitano il loro potenziale. E questo frena non solo la crescita individuale, ma l’intero sistema.

I fattori che bloccano la produttività italiana

Le ragioni di questa stagnazione sono ben note. Il primo ostacolo è rappresentato dal ritardo nell’adozione dell’innovazione, soprattutto da parte delle PMI. A questo si aggiunge la frammentazione del tessuto economico, caratterizzato da un numero eccessivo di microimprese sotto-dimensionate e poco capitalizzate. Un altro elemento critico è il disallineamento tra formazione e lavoro, con competenze spesso non aggiornate rispetto alla domanda reale del mercato. Infine, le carenze infrastrutturali, fisiche e digitali, penalizzano la competitività di intere aree del Paese. Se non si interviene con decisione, queste fragilità rischiano di diventare permanenti.  

Le politiche che servono: puntare sulla qualità, non solo sui numeri

Per invertire la rotta, servono politiche attive del lavoro e industriali di nuova generazione. La formazione continua e il microlearning devono essere il primo pilastro: percorsi di apprendimento brevi, aggiornabili e su misura, supportati anche dall’intelligenza artificiale, possono rendere l’upskilling realmente pervasivo.

Occorre poi garantire una transizione giusta tra settori, accompagnando lavoratori e imprese dai comparti in declino verso quelli emergenti – come la green economy, la sanità e il digitale – attraverso incentivi, tutoraggio e percorsi formativi dedicati.

È fondamentale rafforzare il supporto all’innovazione delle PMI, facilitando l’adozione di tecnologie abilitanti mediante consulenza tecnica, alleanze locali e accesso semplificato a strumenti e competenze.

Va inoltre incoraggiata una maggiore mobilità professionale, promuovendo la transizione tra ruoli e settori e riducendo le rigidità del mercato del lavoro, anche con incentivi alla riqualificazione.

Sulla valorizzazione dei lavoratori migranti, è necessario investire nella formazione linguistica, nella certificazione delle competenze e in percorsi di inclusione, affinché questa risorsa demografica si trasformi in forza produttiva pienamente integrata.

Infine, è cruciale costruire un allineamento più forte tra istruzione e impresa. Scuola, università e mondo del lavoro devono dialogare in modo strutturale, tramite modelli duali, esperienze di alternanza e orientamento precoce.

Una strategia anche europea

La questione della produttività riguarda l’intera Unione. Il prossimo ciclo di programmazione 2027–2034 deve includere un’agenda industriale europea centrata su lavoro qualificato, innovazione e inclusione, con strumenti dedicati al rafforzamento delle competenze e all’infrastrutturazione tecnologica delle imprese, soprattutto nei Paesi più fragili.

Più valore, non solo più occupati

Far crescere l’occupazione è importante, ma non basta. Il vero obiettivo dev’essere accrescere il valore del lavoro e il suo impatto sul benessere collettivo. Ogni ora di lavoro dovrebbe essere più produttiva, più qualificata, più riconosciuta. Non per lavorare di più, ma per lavorare meglio e vivere meglio.

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