Il paper pubblicato lo scorso 13 giugno dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – a firma di Giampaolo Galli, Nicolò Geraci e Francesco Scinetti – ha il merito di affrontare con freddezza analitica e rigore empirico una delle questioni più rilevanti e urgenti per il futuro del nostro Paese: quanti immigrati servono all’Italia per evitare il collasso demografico, produttivo e previdenziale?
La risposta è numericamente spiazzante: fino a 13,5 milioni di nuovi immigrati netti entro il 2050 per salvaguardare il rapporto tra popolazione attiva e totale, e almeno 10 milioni per mantenere costante il numero di abitanti. Un dato che, se proiettato con continuità, porterebbe a una presenza di origine straniera pari a oltre il 35% della popolazione entro la fine del secolo. Il che non è uno scandalo, né una forzatura ideologica: è semplicemente l’effetto di una dinamica demografica inesorabile e dell’incapacità del sistema-Paese di reagire tempestivamente al calo della natalità.
È evidente, però, che numeri di questa portata impongono una riflessione seria sulle difficoltà, anch’esse reali, dei processi di integrazione. Tensioni sociali, squilibri territoriali, barriere culturali e carenze nei servizi pubblici sono problemi che non si possono ignorare. Ma proprio per questo, la gestione dei flussi migratori non può restare episodica o emergenziale: va inquadrata in una strategia coerente con i bisogni occupazionali, economici e sociali del Paese, fondata su una selezione trasparente, su percorsi di formazione e accompagnamento, e su investimenti nelle comunità locali. Governare l’immigrazione significa anche prevenire le fratture, rafforzare la coesione e costruire futuro.
Un Paese in declino silenzioso
I numeri fotografano un declino già in atto: l’Italia ha perso quasi due milioni di residenti dal 2014 al 2024 e l’indice di vecchiaia è raddoppiato in vent’anni. Oggi ci sono due over 65 per ogni under 15, e l’età media sfiora i 47 anni. Secondo Eurostat, l’Italia avrà la più bassa percentuale di popolazione in età lavorativa dell’UE entro il 2040, con una previsione di meno di 2 persone attive per ogni pensionato. Nella migliore delle ipotesi – anche ipotizzando un aumento del tasso di fertilità fino a 1,56 figli per donna nel 2100 – la popolazione si ridurrà comunque a 28 milioni di abitanti, tornando ai livelli dell’Unità d’Italia.
A preoccupare non è solo lo spopolamento in sé, ma l’impatto devastante sull’equilibrio del welfare e sull’economia reale. La classe in età lavorativa – cioè quella che produce ricchezza e sostiene il sistema previdenziale – passerebbe dal 62% al 52% in appena 25 anni. La questione non è se questo scenario sia auspicabile, ma se sia sostenibile. E la risposta è chiara: no.
Non basta fare più figli
Il paper dell’Osservatorio CPI evidenzia con lucidità un punto troppo spesso eluso dal dibattito politico: anche aumentando la natalità oggi, gli effetti si vedrebbero tra decenni. Un bambino nato nel 2025 entrerà nel mercato del lavoro, in media, attorno al 2045. Nel frattempo, milioni di lavoratori andranno in pensione e la struttura per età della popolazione italiana continuerà a sbilanciarsi verso l’alto. Il saldo previdenziale e sanitario non può permettersi di attendere due generazioni.
Anche l’OCSE, nel suo rapporto International Migration Outlook 2024, sottolinea che l’Italia – insieme a Grecia e Portogallo – è tra i Paesi più esposti agli effetti immediati del calo della forza lavoro, e che senza una gestione attiva e pianificata dell’immigrazione regolare, le conseguenze saranno “strutturalmente recessive”.
L’unica strada: più immigrazione, ma governata
Il paper dell’Osservatorio CPI chiarisce che, per rispondere al fabbisogno demografico e previdenziale, l’Italia dovrebbe rilasciare ogni anno tra 490mila e 620mila permessi di soggiorno regolari, ben oltre le attuali quote previste dai decreti flussi. Ma gli strumenti oggi in vigore – come la Legge Bossi-Fini del 2002 e la mancanza di un piano triennale aggiornato – sono inadeguati rispetto a questa scala. E mentre i canali legali restano insufficienti, l’immigrazione irregolare cresce, alimentando sfiducia e tensioni sociali.
In questo contesto, il vero nodo non è solo “quanto” immigrare, ma “come” farlo. Governare significa pianificare, selezionare, formare, integrare. E soprattutto allineare la politica migratoria ai bisogni effettivi del sistema economico e ai diritti delle persone coinvolte. Come ha ricordato l’OCSE nel suo International Migration Outlook, i Paesi che sapranno creare filiere migratorie coerenti con i fabbisogni produttivi e le capacità di accoglienza saranno anche quelli che manterranno più a lungo una crescita sostenibile.
Serve una politica industriale dell’immigrazione
L’analisi dei ricercatori dell’OCPI dovrebbe essere il punto di partenza per una nuova stagione di politiche pubbliche: l’immigrazione deve essere integrata nella strategia industriale e occupazionale del Paese, non relegata a emergenza umanitaria o problema di ordine pubblico. L’obiettivo non è semplicemente “accogliere”, ma attrarre, formare, integrare.
Servono strumenti flessibili, come canali bilaterali di ingresso con i Paesi terzi, programmi di formazione nei Paesi d’origine, strumenti di match tra domanda e offerta di lavoro, piani di housing sociale, e – soprattutto – un massiccio investimento in capitale umano, sia autoctono che immigrato. Aumentare la produttività è l’altro pilastro per sostenere il welfare con meno lavoratori.
Lo evidenzia anche la Commissione Europea, che nel suo documento “New Pact on Migration and Asylum” sottolinea la necessità di legare i corridoi migratori a politiche di sviluppo delle competenze, in una logica di mutuo beneficio tra Europa e Paesi partner.
Costruire una vera politica industriale dell’immigrazione significa anche rafforzare l’intero comparto della formazione professionale e tecnologica, investendo nell’ecosistema italiano dell’EdTech e aprendosi a modelli innovativi di cooperazione internazionale. Un esempio concreto? Formare i lavoratori nei Paesi d’origine, con percorsi linguistici e tecnico-professionali mirati, per facilitarne un ingresso regolare e immediatamente utile al sistema produttivo italiano.
È un approccio che unisce coerenza normativa, trasparenza dei flussi, riduzione dell’irregolarità e risposta ai fabbisogni reali delle imprese. È anche un’opportunità per il nostro sistema-Paese di esportare competenze, creare ponti stabili con economie emergenti e governare l’immigrazione come leva strategica di sviluppo.
Il paper dell’Osservatorio CPI ci ricorda che il tempo delle riforme non è domani, ma adesso, e passa anche per la capacità di trasformare la sfida demografica in una filiera di innovazione economica, educativa e sociale. L’Italia può e deve essere all’altezza di questo compito, con visione e coraggio.


